5 marzo 2016

OLIO DI PALMA E AMBIENTE

FOGLIA

 

Nel 2007 lo United Nations Environment Programme (UNEP) ha decretato la coltivazione dell’olio di palma come la causa principale di distruzione delle foreste pluviali di Malesia e Indonesia.
Questi paesi sono arrivati a destinare alla coltivazione di questo prodotto fino al 90% delle loro terre coltivabili a causa dell’aumento della domanda internazionale.
Il mercato quindi  ha spinto progressivamente questi paesi a distruggere il loro inestimabile patrimonio forestale per fare spazio a sempre nuove coltivazioni. L’equivalente di 300 campi da calcio di foresta pluviale viene distrutto ogni ora per lasciare spazio alle piantagioni.
I danni sono inimmaginabili: perdita di biodiversità vegetale e animale, oltre 1.500 specie di uccelli a rischio estinzione, morte di specie animali come le tigri di Sumatra, il rinoceronte di Giava, elefanti e orango.
Entro il 2020, le foreste indonesiane saranno definitivamente distrutte e con loro andranno perduti anche tutti quei servizi eco-sistemici cruciali per la sopravvivenza delle popolazioni locali e della stessa biodiversità.

Ma c’è di più.
La distruzione delle foreste concorre a peggiorare il fenomeno del cambiamento climatico perché i suoli deforestati liberano enormi quantità di gas serra che, a livello globale, contribuiscono quasi come l’intero settore dei trasporti.
Al contrario, invece, proteggere le foreste è una necessità per limitare i danni del clima impazzito, di cui tanto si è parlato a Parigi durante la Cop 21.

Parlare di olio di palma sostenibile è in realtà una truffa, puro green-washing.
Infatti, con “olio di palma sostenibile” vorrebbero farci intendere un olio prodotto senza abbattere le foreste, che ha origini conosciute e quindi illusoriamente tracciabili.
Nella realtà le foreste primarie vengono tagliate e bruciate ad un ritmo sempre crescente per far fronte all’espansione della domanda spinta anche dal falso senso di sicurezza che queste certificazioni generano nei consumatori.
Prima viene tagliata e bruciata foresta vergine per convertirla in piantagioni di olio di palma. Poi, trascorso qualche anno dalla deforestazione illegale, basta richiedere la certificazione agli enti certificatori i quali, prima di assegnare l’attestato di “sostenibilità”, dovrebbero verificare  che la piantagione sia nata su un’area agricola non forestale. Tuttavia questa verifica è inattuabile, dato che mancano registri e mappature aggiornate dei cambiamenti di uso del suolo, e manca anche la volontà di controllo da parte delle autorità: molti degli Stati produttori di olio di palma, accecati  da valutazioni economiche a breve termine, favoriscono la deforestazione, anche tramite corruzione.

Insomma, è praticamente impossibile sapere se, dove c’é una piantagione di palma “certificata sostenibile”, prima  non ci fosse una rigogliosa foresta.

Altro elemento critico è che l’agricoltura nei tropici ha un ciclo di vita che non supera quasi mai i 20 anni perché i terreni privati della foresta sono altamente improduttivi.   Ciò significa che dopo circa 15-17 anni una piantagione, ricavata su quello che era un suolo forestale, è considerata matura, ovvero destinata all’abbandono in quanto diventata sterile.

Il risultato è che la coltivazione, certificata o meno che sia, dopo massimo un ventennio deve essere abbandonata e trasferita altrove e il ciclo vizioso riprende con nuova deforestazione.