7 marzo 2016

INTERVISTA IN EVIDENZA

robADESSO VI SPIEGO PERCHÉ LO SI ELOGIA TANTO (INGIUSTIFICATAMENTE) – PROF. ROBERTO CAZZOLLA GATTI

Ultimamente si parla spesso bene dell’olio di palma e dell’impatto che la coltivazione di questo ingrediente ha nei Paesi subequatoriali che lo producono. Ecco il perché…

Ne abbiamo parlato con Roberto Cazzolla Gatti, Professore associato di Ecologia e Biodiversità alla Tomsk State University, in Russia.

Professor Gatti, secondo lei perché l’olio di palma è al centro di un dibattito internazionale legato al suo consumo?

L’olio di palma, che oggi è l’olio vegetale più importato nel mondo occidentale (60% del totale import), rappresenta una fetta di mercato che fa gola alle multinazionali e ai governi che fanno affari con la sua produzione. Del resto basta leggere il rapporto “Recipes for Success” dell’Union of Concerned Scientist (UCS) per scoprire che “anche se la RSPO fornisce criteri per ‘olio di palma sostenibile certificato’ (CSPO) e offre la certificazione, le norme non rappresentano ancora la migliore scienza per quanto riguarda la conservazione delle foreste e le emissioni di carbonio. L’olio di palma certificato sostenibile non è garantito per essere esente da deforestazione, né vieta la distruzione delle torbiere”.

Sono in gioco forti interessi commerciali, legati a un business già oggi rilevante e destinato a crescere ulteriormente nell’arco del prossimo decennio e molti, persino scienziati ed economisti, spesso al soldo delle multinazionali, sostengono che l’olio di palma sostenibile possa essere una soluzione, ma non lo è!

Ma il successo di questo olio vegetale non è anche una minaccia per l’ecosistema globale?

Certamente sì. È, infatti, tra le più dannose attività produttive e ha un impatto altissimo sull’ambiente, sulla salute e sulle popolazioni locali. E se, come sappiamo, l’olio di palma sarà sempre più richiesto dall’industria, occorre che questo mercato venga fermato al più presto, prima che le foreste tropicali vengano soppiantate da piantagioni per la produzione dell’olio, nonostante tutti gli attori della filiera, dalle industrie asiatiche (ma da poco anche africane e sudamericane) alle multinazionali euroasiatiche, dagli scienziati agli economisti pagati per mentire, si stiano impegnando a migliorarne l’immagine degli oli tropicali (palma e cocco) garantendone una sostenibilità per la biodiversità degli ecosistemi e un rispetto per l’ambiente che in realtà non esistono. La via giusta è il boicottaggio, che favorisce la riduzione del mercato internazionale di olio di palma, il miglioramento delle abitudini alimentari occidentali e altre produzioni di oli locali molto più sostenibili, e non è certo quella della certificazione, che favorisce solo gli interessi delle multinazionali, dei governi e degli scienziati pagati da queste. Purtroppo questa non è anche la posizione di associazioni come il WWF International, che incredibilmente invita i consumatori a non boicottare l’olio del frutto di palma, ma a chiedere ai propri marchi di riferimento di approvvigionarsi solo con olio certificato sostenibile. La ragione di questa assurda posizione del WWF e di altre grandi associazioni appare chiara se si considera che le grandi associazioni hanno promosso il, e fanno parte del, RSPO, i cui controllati e controllori sono le stesse multinazionali degli oli vegetali, ed è ancor più palese se si consulta l’elenco degli sponsor che finanziano le attività di queste ONG. Tra di essi, ad esempio, figurano l’Avon (multinazionale dei cosmetici), The Coca-Cola Company, etc.

Cosa intende per olio di palma sostenibile?

Per olio di palma sostenibile si lascia intendere un olio che ha origini apparentemente conosciute e quindi illusoriamente tracciabili; che è stato prodotto dopo che le foreste primarie sono state tagliate e bruciate, per essere convertite in piantagioni da olio; che, trascorso qualche anno dalla deforestazione illegale ed essendo questa passata inosservata, si certifica come “sostenibile” la piantagione da cui è stato ricavato, nonostante si sia violato (solo qualche anno prima del certificato di “sostenibilità”) il rispetto degli ecosistemi ad alto valore di conservazione con pratiche colturali altamente distruttive per le foreste ad alto valore di carbonio; con pratiche agricole che distruggono le torbiere; e che non risulta proveniente dalla conversione in piantagioni di aree sottoposte a incendi volontari solo perché gli incendi e il taglio sono avvenuti qualche anno prima dell’ottenimento della certificazione e tutti fan finta di nulla; che protegge i diritti dei lavoratori, popolazioni e comunità locali, rispettando il principio del  consenso libero, preventivo e informato che viene, però, attestato – senza possibilità di riscontro dall’esterno – dalle stesse multinazionali asiatiche; che promuove lo sviluppo dei piccoli produttori indipendenti ai quali però, spesso, vengono negati i diritti di vendita dalle grandi e potenti multinazionali. Al riguardo esiste un sistema (sopra menzionato), la certificazione RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil), associazione nata con l’obiettivo  di gestire le problematiche ambientali e sociali. Oggi RSPO è una associazione multi-stakeholder che raccoglie più di 2.400 membri tra produttori, aziende di beni di consumo, grande distribuzione e associazioni ambientaliste (www.rspo.org). La sostenibilità dell’olio prodotto e la sua certificazione dipendono, però, interamente dalle multinazionali del settore: sono loro, infatti, ad autocertificarsi e autocontrollarsi. Insomma, è chiaro quanto questo sistema sia facilmente corruttibile.

Negli ultimi anni si è fortemente sviluppata l’esigenza di rendere ancora più stringenti le regole per minimizzare gli impatti della produzione dell’olio di palma.  In tale contesto, si inserisce, ad esempio, il Palm Oil Innovation Group (POIG), iniziativa che – partendo dai requisiti di RSPO – mira ad applicare criteri più stringenti a protezione delle foreste e delle comunità (http://poig.org/ ). Purtroppo, però, anche in questo caso la presenza di colossi del mercato mondiale, come Danone e Ferrero (verso i quali i rispettivi ministri francesi e italiani hanno rivolto accuse di incentivare la deforestazione con i prodotti contenenti oli tropicali, da questi commercializzati) rende vana l’iniziativa.

Il sistema delle certificazioni ambientali richiesto e promosso da Paesi come l’Italia e l’Europa, più in generale, sta contribuendo, nei Paesi produttori, all’espansione della produzione di oli tropicali a discapito delle foreste, poiché il falso senso di sicurezza di una produzione sostenibile nel consumatore incrementa la domanda generale, un aspetto che non dovrebbe esser dato sempre per scontato dagli analisti…

Il tema della certificazione è controverso, non tutti sono concordi nel ritenerla la soluzione migliore…

Discutere su come migliorare i sistemi di certificazione esistenti è uno specchio per le allodole, sostenuto da chi in un modo o nell’altro gioca un ruolo nel commercio degli oli tropicali, l’unica vera soluzione è metterne in dubbio il principio di base. È, infatti, fondamentale sostenere, attraverso la sensibilizzazione e il boicottaggio, l’arresto della produzione di olio di palma e questo vorrebbe dire rendere più competitive le produzioni locali (ad esempio quelle di girasole, colza e oliva in Europa), impedendo le possibilità di commercio da parte dei Paesi meno attenti all’ambiente con, ad esempio, sanzioni e messa al bando dell’importazione all’interno della CE di prodotti contenenti olio di palma (sostenibili o meno che siano). Continuando con questa farsa della sostenibilità si corre il rischio concreto di andare a vanificare gli impegni di tante aziende, come Plasmon (http://www.lifegate.it/persone/news/addio-olio-di-palma-biscotti-plasmon), che su pressione dei consumatori, e proprio grazie al boicottaggio (https://www.change.org/p/plasmon-pensa-ai-nostri-bambini-vogliamo-biscotti-senza-olio-di-palma), hanno interrotto la produzione di alimenti e cosmetici contenenti oli tropicali.

Nei primi mesi del 2013 più di 200 scienziati hanno invitato l’RSPO ad adottare standard più stringenti per affrontare i problemi derivanti dalla produzione di oli tropicali, ma “RSPO non è riuscita ad apportare significativi cambiamenti”, stando a quanto riporta l’UCS.

L’acquisto di prodotti certificati sostenibili può sembrare un buon primo passo, ma non affronta tutti gli impatti ambientali negativi associati alla produzione dell’olio di palma. Con l’espansione della domanda mondiale e la crescita della popolazione è impossibile assicurare che le piantagioni non si espandano ai danni delle foreste e l’idea che esista un olio di palma sostenibile contribuisce a tranquillizzare i consumatori che non riducono la domanda di oli tropicali.

Quindi, tornando al boicottaggio, ci conferma che lei è favorevole?

Io ritengo che boicottare tout court i prodotti contenenti olio di palma, al contrario di quanto sostengono alcuni promotori (interessati) di questo ingrediente, rappresenti l’unica alternativa valida, poiché incentiva le aziende a utilizzare altri oli vegetali, prodotti in Europa, con impatto ambientale notevolmente inferiore e, in molti casi, sensibilizza a un consumo ridotto da parte di bambini e adulti di prodotti confezionati e ricchi di grassi, andando a compensare le ridotte rese per ettaro degli altri oli vegetali (come girasole, colza, oliva), i quali non incrementano assolutamente la deforestazione e la perdita di biodiversità, non provocano inquinamento da trasporto su lunga distanza, non violano i diritti delle popolazioni indigene e favoriscono il mercato italiano ed europeo. Basta un dato: per produrre 3,47 tonnellate di olio di palma ci vuole un ettaro di terreno, che viene deforestato illegalmente, bruciato, convertito a piantagione, ignorato per qualche anno, ripiantato, certificato come produzione sostenibile e coltivato ad oli tropicali da esportare. Tutto questo però, è vero, con una resa superiore rispetto agli altri oli. Certo, se non si considerano tutte le esternalità negative (ovvero gli impatti ambientali e sociali) come spesso fanno gli economisti che appoggiano il mercato globale e le multinazionali. Se, infatti, è vero che l’olio di palma ha una resa 5 volte superiore a quello di colza, bisogna ricordare che quest’ultimo, però, non distrugge la foresta tropicale; se è vero che l’olio di palma ha una resa 6 volte superiore al girasole è fondamentale non omettere che, però, quest’ultimo non crea una perdita inestimabile di biodiversità; se è vero che l’olio di palma ha una resa ben 11 volte superiore all’olio di oliva, non bisogna fingere di non sapere che, però, quest’ultimo sostiene l’economia locale di tanti piccoli produttori italiani che attualmente sono costretti a svendere o, addirittura, non raccogliere le olive a causa della concorrenza dovuta all’importazione proprio di questi oli tropicali a basso costo.

Alla fine, se si fanno i conti giusti, l’olio di palma ne esce sempre perdente. Boicottarlo è l’unica arma che abbiamo nei paesi occidentali per arrestare la distruzione delle foreste tropicali. E funziona, nonostante il parere molto poco affidabile di chi ha le mani immerse nel commercio degli oli tropicali, nemmeno tanto lisce e idratate.