Olio di palma, la verità ecologica e alimentare

Dal sito www.beautyportale.com

Per una cittadinanza informata, pensante e critica

L’Olio di palma costituisce un paradigma significativo di quel che significa nullificazione dei diritti umani e incuranza per l’ambiente una volta applicati all’industria alimentare.

Posto infatti che quanto a materia prima l’olio potrebbe anche essere definito ineccepibile (verificatane l’assenza di inquinanti), e perciò inappuntabile sotto il piano della sicurezza alimentare, mai però potrà dirsi salutare; men che meno etico, sostenibile. È un dato di fatto purtroppo. E nel nostro pezzo ne chiariremo le ragioni proponendovi peraltro i debiti spunti di approfondimento.

 

Partiamo da questa diapositiva del dottor Pier Luigi Rossi (Medico specialista in Scienze dell’Alimentazione e docente universitario):

Pier Luigi Rossi, convegno "oliuo di palma insostenibile" (25-05-16)

Pier Luigi Rossi, convegno “Olio di palma insostenibile” (25-05-16)

L’olio di palma è responsabile di malattie aterosclerotiche e comporta rischi trombotici. Questo è quanto si ricava dalla letteratura scientifica internazionale. Il materiale in oggetto è stato commentato debitamente dal dott. Rossi nel corso del suo contributo allaconferenza voluta da Mirko Busto nonché sostenuta per oltre tre ore dagli interventi di biologi molecolari, attivisti e riceratori. Il convegno intitolato “Olio di palma insostenibile” è andato in scena il 25 maggio 2016 nella Sala della Regina presso la Camera dei Deputati a Montecitorio in Roma.

Si è trattato non già di veicolare un fazioso punto di vista, ma di articolare una presa di posizione ferma e non connivente su di un tema molto delicato.

Le molteplici storture connesse all’industria della palma da olio, infatti, passano sotto silenzio specie sui media come la televisione, rea di inviare messaggi pubblicitari confidenti verso realtà criminali, le stesse che vendono pubblicità e perciò finanziano i palinsesti. In altre parole, la strategia mediatca è semplice: si tenta di semplificare i messaggi; ed alla lunga le persone perdono la possibilità di afferrare tutte quelle contraddizioni (o grandi storture) celate sotto la falsa appetibilità dei beni di consumo. E d’altra parte – parafrasando il dottor Rossi – la questione fondamentale diventa l’appetibilità, affinché vi sia gente che mangi e ponga poche domande, possibilmente nessun quesito etico.

Fare corretta informazione alimentare diventa allora un’autentica questione culturale prima ancora che un problema connesso alla salute. Discutere di buon cibo vuol dire anche e soprattutto, come vedremo per l’olio di palma, discutere di diritti umani e ambientali, dunque di libertà e responsabilità.

 Da sconosciuto a ricercato…

Fino agli anni 90 nessuno conosceva l’olio di palma in Europa. Dal 2000 invece schizza verso l’alto nei consumi. Le realtà produttrici restano invece sempre le stesse: Malesia e Indonesia.

olio di palma

“Olio di palma insostenibile” (25-05-2016)

Che nel 2016 sia finito sulla bocca di tutti per “demeriti” più che per meriti, non è un mistero. Spesso e volentieri però, in molti non ne conoscono i reali motivi – o peggio – ne sottovalutano gli impatti sul clima, sulla biodiversità e sulle foreste.

Detta diversamente, l’olio di palma è conosciutissimo. E come tale, attaccato con foga o scagionato con beota ironia sotto un unico profilo: quello degli effetti sulla salute del consumatore.

Noterete che sul web da qualche tempo impazzano vignette e leitmotiv umoristici, boutade parecchio gettonate e condivise, rimbalzate da un profilo all’altro. Insomma, se per un verso c’è chi si preoccupa assai delle scelte alimentari di molti consumatori “distratti”, ammonendo circa l’insalubrità dell’olio, dall’altra v’è come sempre il nutrito gruppo dei cinici. Uno scetticismo, in questo caso, figlio di molta disinformazione (o meglio, di pigrizia all’atto della documentazione, perché in verità sul web i contributi ci sono) e altrettanta supponenza qualunquista.

olio di palmaNon è certo giustificabile il silenzio dei media. Ma non è neppure scusabile l’indolenza dell’utente.

Pare sfuggire un punto cruciale, insomma. Quale? Ebbene, posto che l’ingestione di olio di palma concorre di certo a restituire un quadro pessimo quanto a ricadute sullo stato di salute degli abitanti dei paesi progrediti (e questa, come vedremo, non è affatto un’opinione), ebbene posto questo, il vero problema rischia di essere un altro: l’impatto più significativo della coltura della palma da olio si rivela nel modus operandi con cui viene imposta nei territori più poveri, deforestando, bruciando ettari ed ettari, sfruttando il lavoro minorile e minacciando l’equilibrio degli ecosistemi con un effetto collaterale a tutto tondo in termini di CO2 emessa e riscaldamento climatico.

Parlando di questo prodotto introduciamo insomma pratiche delinquenziali perfettamente legalizzate. Fenomeni ampi, di proporzioni mastodontiche, connessi però a scelte molto piccole, spicciole, ovvero al gesto che ognuno di noi compie prelevando un prodotto dallo scaffale per porlo nel carrello. Ed i prodotti che contengono olio di palma sono davvero tanti…

L’olio di palma è dunque pervasivo sul mercato. E la ragione è semplice: conviene alle multinazionali e alle aziende che necessitano di grassi per i processi di produzione industriale dei cibi. L’olio di palma regge molto bene le alte temperature e non altera i sapori. Costa poco, produce alti profitti.

Impatti

  • Le esternalità derivate dalla palma da olio sono a tutta prima ecologiche. Intere foreste bruciano per fare spazio a questa coltura. Pensate che Indonesia e Malesia, i principali produttori – realtà non certo industrializzate – giungono a segnare livelli di emissioni tanto considerevoli da competere con i paesi più inquinanti.
  • Per di più, in quei luoghi c’è schiavismo e sfruttamento di minori. Solo in Malesia tra 72.000 e 200.000 bambini lavorano nelle piantagioni.

Dietro al biscotto che prendiamo in giro, mostrandoci con ciò arrogantemente incuranti verso chi denuncia l’olio di palma, insomma dietro all’umorismo, c’è una prassi della quale nessuno può permettersi di ridere.palma da olio

D’altra parte, se la distruzione sistematica degli ecosistemi procede grazie a governi locali corrotti e conniventi in materia di espropriazioni delle terre agli indigeni, tratta di persone e sfruttamento, il processo grava direttamente sulla testa del consumatore ed a lui spetta un ruolo decisivo. Se questi non boicotta i prodotti a base di olio di palma, seguitando a metterlo nel carrello sotto forma di cibi, cosmetici e detergenti, ebbene si rende complice. Suo malgrado: mandante di tanta assurdità.

Spetta a ciascuno di noi informarsi correttamente in materia. Non è solo questione di salute personale, ma di ambiente e di diritti umani.

Il No ad un business che conta oltre 60 milioni di tonnellate di prodotto esportato all’anno, passa per le nostre condotte di ogni giorno. Acquisto consapevole è dunque la parola chiave.

Ma vediamo insieme come articolare il miglior percorso critico.

Olio di palma e danni agli ecosistemi: quale il legame?

L’elaeis guineensis, o palma da olio, cresce nei climi tropicali. Pertanto le piantagioni sono collocate in Indonesia, Malesia, bacino del Congo e Sud America.

orangoTristemente la produzione dell’olio di palma, motore dell’economia di questi paesi, è anche il motore della deforestazione. Alla radice v’è infatti il fenomeno di land grabbing o accaparramento delle terre, che ingenera danni multipli agli ecosistemi e alle popolazioni locali. Allo scopo di creare nuove aree disponibili alla messa a coltura della palma vengono appiccati incendi di vaste proporzioni. I governi locali, scrivevamo poc’anzi, sono collusi con le più grandi multinazionali, e lasciano fare. Gli interessi economici sono talmente grandi da soprassedere sulla salute della gente.

Dario Novellino

Dario Novellino

Nel corso del convegno del 25 maggio 2016 di cui sopra, lo testimonia molto chiaramente l’esperienza in prima persona di Dario Novellino (Ricercatore Onorario del Centro per la Diversità Bioculturale – CBCD – dell’Università di Kent, nonché coordinatore Internazionale della Coalizione contro il Furto delle Terre).

In seconda battuta, i terreni ospitanti le piantagioni – irrorati a fondo con pesticidi e fertilizzanti – sono adatti ad ospitare la palma unicamente per un ciclo. I suoli, di per sé già messi a dura prova dalle fiamme dei roghi, ne escono talmente impoveriti da dover essere abbandonati. Ecco perché il circolo vizioso rogo-deforestazione-produzione-ricerca di nuove aree prosegue inalterato.

Patrick Rouxel – autore di “Green”

Inutile dire poi che se immense aree di foresta tropicale vengono progressivamente meno, al pari gli animali e le popolazioni residenti sono costretti a spostarsi. Perdere foresta significa perdere ossigeno, disperdere CO2, ma significa anche distruzione dell’habitat di molte specie. Eclatante è il caso dell’orango, ormai triste simbolo della lotta contro l’olio di palma, ma al pari uccelli, tigri,rinoceronti, elefanti, piccoli esseri ed altre grandi forme di vita vengono decimate sino a rischiare l’estinzione.

In proposito, vi consigliamo di visionare il documentario di denuncia Green realizzato daPatrick Rouxel, film-maker indipendente e socialmente impegnato di cui peraltro è possibile sostenere l’ultimo progetto relativo alla salvaguardia delle foreste pluviali e degli orsi indonesiani al sito sunbearoutreach.org.

Confrontiamo dunque le immagini qui di seguito. La prima reca una stima relativa all’estensione delle foreste incontaminateottantamila anni fa, la seconda quel che ne rimane oggi:

olio di palma
quel-che-ne-resta-oggi
Materiale tratto dalla conferenza “Olio di palma insostenibile” (25-05-16)

 

Gran parte della distruzione è avvenuta negli ultimi 50 anni, fra allevamento e produzione industriale. Basti pensare a quella diSumatra, che ha perso 150 milioni di ettari solo dagli anni 50 ad oggi.

Cos’è l’olio di palma?

Si tratta di un grasso di origine vegetale ricavato dalla spremitura della polpa del frutto della palma da olio.

Il grezzo subisce processi di raffinazione che lo privano dei carotenoidi e che perciò mirano a restituire un prodotto decolorato e insapore.olio di palma

In una parola, ecco l’oro bianco delle industrie alimentari:

  • nato per sostituire i grassi idrogenati;
  • semi-solido a temperatura ambiente;
  • resiste ad alte temperature senza subire deterioramento o irrancidire;
  • comprime i costi di produzione;
  • si comporta come il burro (in termini di grassi saturi) ma è più stabile;
  • non altera i sapori del prodotto nel quale viene miscelato.

L’olio di palma, in buona sostanza, fa sì che il prodotto industriale (torta, brioche, cracker…) duri più a lungo, mantenendosiappetibile senza che vi si debba addizionare alcool.

Attenzione però, come richiamato poco sopra, quest’olio non è presente solo in prodotti dolciari come creme, biscotti e torte, ma al pari anche in saponi e shampoo, cosmetici e detergenti di varia natura nonché nei bio-carburanti.

In altre parole nel 90% dei casi in cui sull’etichetta sia dichiarato “oli vegetali”, è praticamente certo che si tratta di olio di palma.

Fortunatamente dal 13 dicembre 2016 in Europa sono subentrate nuove etichette. Queste, specificando il tipo di olio impiegato e non già semplicemente recando la dicitura “grassi vegetali” o “oli vegetali”, rendono più agevole per il consumatore critico l’atto di rivolgersi a realtà che si avvalgono di olio d’oliva o girasole.

Quindi l’olio di palma fa male alla salute?

Uno fra i primi studi in materia, condotto sul finire degli anni 90 (fra il 1980 ed il 1997), basato su più paesi nonché pubblicato nel 2011 (Chen et. alii) ha dimostrato ciò che oggi è ormai assodato: effettivamente v’è una relazione significativa fra il consumo di olio di palma e i decessi per infarto e ischemia.

“This study is the first to document a significant relationship between increased palm oil consumption and higher IHD mortality rates at a population level in multiple countries”

Tanto da suggerire indirettamente manovre correttive agli stessi decisori politici per arginare il problema in relazione ai consumi elevati di grassi saturi anche nei paesi in via di sviluppo:

“As the evidence base linking palm oil consumption and population health grows, decision makers should consider policies that focus on consumption of both plant and animal sources of saturated fat to address rapidly rising ischemic heart disease mortality in developing countries”

L’ olio di palma tende a innalzare la concentrazione di grassi nel sangue, dunque colesterolo e trigliceridi. Si pensi che vanta il50% di grassi saturi.

E chi parla di tumori allora?

Durante la raffinazione dell’olio vegetale si raggiungono temperature molto elevate. Siamo nell’ordine dei 200 gradi. Il rischio, dunque, è rappresentato dal potenziale connesso ai glicidil esteri degli acidi grassi (Ge): il 3-monocloropropandiolo (3-mpcd) ed il 2-monocloropropandiolo (2-mpcd), sostanze liberate e potenziali responsabili di effetti cancerogeni.

Tanto più elevata sarà la presenza di Ge nei prodotti consumati e tanto maggiore è il rischio d’incorrere in danneggiamenti del corredo genico delle cellule.

Le preoccupazioni vertono specialmente sulle generazioni più giovani, che notoriamente fanno ampio consumo di snack. Senza dubbio, però, i grassi saturi costituiscono di per sé una materia delicata per tutti.

deforestazione

In conclusione, se l’olio di palma nuoce alla salute, dall’altro – e su questo si deve porre l’accento – la materia grassa è pericolosamente presente nella stragrande maggioranza dei prodotti da forno industriali, ed è molto difficile tenersene alla larga. Per un consumatore poco accorto costituisce una minaccia con o senza Ge.

Una concreta speranza

La micro-guerriglia da supermercato, ovvero un boicottaggio selettivo dei prodotti con olio di palma, senz’altro smuoverebbe anche le realtà più restie ad intraprendere il cammino verso la sostenibilità. Perché, si, la vera piaga – lo ribadiamo – è da ricercarsi in materia di effetti sulle popolazioni native e di danni ecologici.

Se il consumatore è disposto a documentarsi e a non prestare più il fianco, gli stessi grandi produttori muoveranno verso coltivazioni non intensive e scelte più responsabili.

consumo critico

In prima battuta, tutto dipende dal cittadino. Nessuna scusa.

Qualsiasi ecologismo o pacifismo resterà intima farsa fintantoché seguiteremo a rincorrere una cosa reclamandone un’altra… per esempio, spendere poco e avere alta qualità; avere un mondo più giusto, pulito e seguitare a richiedere quel che (ora si!) sappiamo essere fonte primaria di ingiustizia, inquinamento e sfruttamento.

 

Fonti:

. http://www.ilfattoalimentare.it/wp-content/uploads/2014/12/Chen-et-al-2011-Studio-multistato.pdf

. http://oliodipalmainsostenibile.it/2016/05/12/olio-di-palma-insostenibile-convegno-alla-camera-dei-deputati/

. http://www.sunbearoutreach.org/

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